sabato 8 dicembre 2007

Nomi impronunciabili, storie inenarrabili

Nell’estate del 1995, a oltre tre anni dall’inizio del conflitto bosniaco, delle tre enclaves musulmane in territorio bosniaco due, Srebrenica e Zepa, erano state abbandonate dalle truppe ONU e rapidamente occupate dall’esercito serbo.
I superstiti di Srebrenica avevano poi raccontato storie orribili, confermate dai ritrovamenti di fosse comuni avvenuti a conflitto cessato.
Sul futuro di Goradže, ultima delle tre enclaves, si allungavano ombre sinistre.
Del resto, i timori della popolazione erano confermati dal fatto che le truppe ONU britanniche ed ucraine avevano, in autunno, abbandonato anche questa città.
Poco dopo detta smobilitazione, con un convoglio di aiuti umanitari, arriva a Goradže un autore statunitense di fumetti, Joe Sacco.
Ed è ancora una volta in un fumetto che può trovarsi l’unico reportage (perché di vero reportage si tratta) giunto in Italia su questa storia che si è svolta al di là di quello stretto braccio di Mediterraneo che bagna le coste orientali della nostra penisola.
Per questo vorrei consigliarne la lettura: perché meglio di alcuni libri sull’argomento (anche grazie agli straordinari disegni di Sacco, profondamente espressivi e drammatici) questo fumetto permette di capire realmente cosa è accaduto dieci anni or sono a poche miglia marine da noi, attraverso le vive parole della gente che l’autore ha intervistato.
Vive parole della gente, come quelle di Edin, musulmano, che, della situazione precedente lo scoppio della guerra, diceva:
Ho passato un’infanzia felice. Non facevo la minima distinzione tra bambini serbi, croati e musulmani. Stavamo sempre insieme… a pescare nel bosco, sul campo da basket o allo stadio… Qui la popolazione era mista. Sulla sinistra di casa mia c’erano i serbi, dall’altra parte della strada i musulmani e a destra i musulmani. A un certo punto passavo la maggior parte del tempo con un amico serbo. Stava intere giornate a casa mia. Alla sera… mia madre, per farmi andare a cena, lo chiamava e gli diceva di mangiare insieme a me… Ho passato tutta la mia vita con i miei amici serbi Boban, Miro, Goran…Mi sono ubriacato con loro un’infinità di volte… Andavamo insieme a tutte le feste, ovunque. Non facevamo la minima distinzione”.
Eppure, questo straordinario esempio di convivenza e di equilibrio è stato spazzato via in breve, attraverso una mirata propaganda arricchita di invenzioni che ha soffiato sulle braci della paura fino a far riaccendere il fuoco dell’odio.
Così quello “stare sempre insieme” lentamente nella memoria si è cancellato; e quando Edin, poco prima della guerra annunciata ha chiesto ad un amico serbo “Perché non volete vivere con noi nello stesso paese?” si è sentito rispondere “Non potete aspettarvi che in futuro tra noi ci siano buoni rapporti. Voi avete intenzione di uccidere tutti i serbi bosniaci per creare uno stato musulmano”.
Il massacro pianificato ormai da tempo (i testimoni dichiarano a Sacco che nei mesi precedenti all’inizio degli scontri, mentre di giorno i vicini serbi e musulmani continuavano a salutarsi, sebbene sempre meno calorosamente, di notte i serbi accumulavano casse di armi nelle cantine) stava per iniziare.
La storia raccontata da Sacco appare significativa, tuttavia, non solo perché cronaca dell’alba di una guerra civile, di un genocidio, quanto anche e soprattutto perché cronaca delle sofferenze vissute dagli abitanti della città di Goradže e del loro caparbio e speranzoso attaccamento alla vita. Sacco racconta (e disegna) di mulini montati su zattere galleggianti sulla Drina, usati come generatori per l’elettricità; di marce massacranti nei boschi innevati controllati dai serbi, ad oltre 1700 metri di altitudine, per raggiungere Grebak, postazione dell’esercito bosniaco dove si distribuivano viveri. Sacco racconta Goradže e la sua voglie di continuare ad esistere. Goradže: città dal nome difficile da pronunciare, come Srebrenica, come Nogunri. Città che, come Srebrenica, come Nogunri, ha una storia dura da raccontare. Che, tuttavia, va letta e raccontata, per non lasciare che nelle fosse comuni scavate in Bosnia nella prima metà degli anni novanta, resti seppellito l’unico strumento che abbiamo per impedire alla storia di ripetersi così tragicamente: la memoria. [1]


[1]
Per chi sia interessato alla storia di Sarajevo durante il conflitto, consiglio Neven, sempre scritto e disegnato da Joe Sacco

8 commenti:

Egidio Marone ha detto...

Ciao Vito,
ho letto il tuo articolo e devo dire che, come al solito, è ben scritto, ben documentato... insomma ben.
Ma, ebbene sì c'è un ma, vorrei farti qualche appunto.
Innanzi tutto credo che tu non abbia fatto il nome del fumetto cui ti riferisci... ne consigli la lettura ma poi chi vuole leggerlo che fa? Prende l'opera omnia di joe sacco per poi andare a esclusione!?
Poi, ancora una volta mi sembra, parli poco o niente del supporto di questo reportage di guerra. Insomma, che fumetto è, al di là dell'argomento "importante" che tratta? è ben disegnato? è ben sceneggiato? è ben scritto?
Non credo che te ne puoi uscire dicendo che "non ne capisci", perchè qui si parla di sensazioni.
Io per esempio l'ho trovato molto lento e avrei capito di più sull'argomento leggendo un libro, anche se dal punto di vista grafico Sacco è un grande (ma io sono notoriamente una capra).
Naturalmente devi tener conto che le mie opinioni sono solo le mie, e probabilmente mi sbaglio... scusa se il mio tono è piuttosto franco, ma se non ti reputassi una persona intelligente sceglierei di non dirti nulla...
Ciao
Detto questo mi aguro che tu mi possa smentire... anzi, sono sicuro che lo farai.

Vito Carella ha detto...

Ciao Egidio.
Devo ringraziarti per gli appunti che mi hai mosso e credo che il modo migliore per farlo sia prendere a prestito le parole di uno straordinario Marlon Brando in un altrettanto straordinario film di diversi anni or sono. Ciò anche per utilizzare, finalmente in tutta la sua potenzialità, il mio nome di battesimo.
Caro Egidio…”Ma che male ti fici, ah… che ti fici mai per meritarmi questa mancanza di rrrispetto?”.
Dunque, in qualità di Don, ti farò un’offerta che non potrai rifiutare: ritira quello che hai detto.
Rifiutando, sappi che rischieresti, domattina, di svegliarti e di trovarti nel letto la testa del tuo amato TCHIBA!
Non te l’aspettavi, eh?
Ebbene sì, Egidio: ho letto il tuo fumetto ed ora… ti ho in pugno!!!
Scherzo.
Accolgo con piacere le critiche, sia perché sono la via necessaria per migliorarsi, sia perché mi sembrano frutto di un’attenta lettura della quale non posso che ringraziarti.
Cerco di porre rimedio alle pecche del precedente post.
Il fumetto si intitola Gorazde. Area Protetta. L’autore è Joe Sacco. L’editore è Mondadori.
Quanto al supporto devo dire che i disegni di Sacco sono a mio parere (ma è un parere poco qualificato, visto che non so disegnare e non mi intendo di disegno) non comuni, perché estremamente dettagliati e, in particolare nella rappresentazione delle persone, dotati di una carica espressiva che non ho riscontrato in molti altri disegnatori: Sacco marca le rughe, rendendole profonde, si concentra sugli sguardi (che comunicano molto) e sui denti (quasi a voler evidenziare la sofferenza di chi è costretto a digrignarli quotidianamente per difendersi dalla crudeltà della vita).
In altri termini, Sacco racconta gli argomenti che affronta nei suoi lavori con le parole, ma le precisa, le approfondisce, rendendo visibile ciò che le parole non possono far vedere, con la sua matita.
La sceneggiatura è proprio documentaristica e, dunque, a mio modo di vedere, si adatta perfettamente agli scopi per cui il testo è stato scritto.
Sacco non racconta la guerra come ci viene raccontata a scuola: guerra di generali, di eserciti, di battaglie.
Sacco racconta quella che Nuto Revelli (un protagonista della ritirata di Russia) ha definito in un suo libro “la guerra dei poveri” (per chi fosse interessato, questo è proprio il titolo del libro, edito dalla Einaudi): la guerra vista dal basso, quella di povera gente che della storia non si fa protagonista, ma che la storia quotidianamente calpesta; gente che non riesce a trovare spiegazione a tragedie così grandi e che deve quotidianamente trovare la forza per affrontare le conseguenze di ciò che non riesce a comprendere, per sopravvivere; gente silenziosa, paziente, oscura.
Questo mi spinge anche a dire che il libro può sembrarti “lento” solo se cerchi quello che non puoi trovarci.
Se, invece, ti poni innanzi a quelle pagine con l’occhio di chi vuole vedere, per quanto possibile, quello che accadde nella quotidianità a gente che in poche ore passò da un’esistenza eguale alla mia ed alla tua ad una realtà di privazioni, di stenti, di timore per la propria sopravvivenza, non puoi desiderare che il fumetto sia diverso da quello che è.
Anche la “lentezza” della narrazione è strumento per rendere l’atmosfera soffocante nella quale per diversi anni hanno vissuto gli assediati di Gorazde, la cappa di timore che ha coperto per mesi l’orizzonte ad ogni speranza, il lento scorrere di giorni che avrebbero potuto non avere (e che per molti non hanno avuto) un seguito.
E non credo si tratti di un espediente narrativo (come, ad esempio, è la pioggia incessante che gli sceneggiatori di Seven utilizzano per rendere ancora più angoscioso il clima nel quale si svolgono le vicende raccontate da quel film).
Sacco non crea espedienti: gli basta ritrarre quello che vede.
In altri termini: Sacco non inventa scene orribili per rendere più efficace la storia che racconta, perché probabilmente i parti della sua fantasia sarebbero meno atroci di quello che la realtà di quei posti e di quelle storie è stata negli anni novanta (dico questo perché ho letto taluni libri sull’argomento e purtroppo, come nel caso di Gen di Hiroshima, ho verificato orribili coincidenze tra Historia ed Historieta: mi permetto di consigliare, ad esempio, Voci dall’Inferno, di Samantha Power, edito da Baldini Castoldi Dalai, che racconta la storia dei più grandi genocidi del secolo scorso; sulle guerre Jugoslave, invece, Pirjevec, Le guerre Jugoslave, Einaudi).
Potrei dire: Sacco è un fotografo. I suoi occhi, la sua capacità di osservazione sono l’obiettivo. La sua testa la camera oscura. Le sue tavole inchiostrate le foto.
Vito

giulio69 ha detto...

Questo tuo commento è di gran lunga migliore del già validissimo articolo. Egidio ha colpito ancora (guai a chi oserà vederlo come uno spacca-Marone, lui è un professionista della provocazione a fin di bene). Ragazzi, incrocio le dita, siamo su un'ottima strada

:-)

p.s.: ma Rino che fine ha fatto?

Viler ha detto...

Ciao Giulio, non sapevo che utlizzassi anche la piattaforma di blogger. Passo veloce per un grazie per la visita e per salutarti. Cercherò di essere partecipe ;)
Viler

giulio69 ha detto...

Questo blog non è solo mio, ma le tue visite sono gradite in ogni caso. Ciao ciao :-)

Rino ha detto...

La discussione, sempre elevatissima, mi pare proficua di spunti intelligenti.
Non ho letto Goradze ma Palestina sicché, sforzandomi di non tenere lo stesso atteggiamento che avevo a scuola quando, impreparato ed interrogato, (binomio imprescindibile dell’intera mia carriera scolastica), cercavo di spostare l’interrogazione sui pochi argomenti di mia conoscenza, cercherò, comunque, e in modo assolutamente approssimativo, di parlarvi di alcuni parallelismi che ho tentato di cogliere tra le parole di Vito e di Egidio ed il “libro disegnato” che ho letto. Si tratta di un’operazione del tutto priva di rigore scientifico ma prometto solennemente di ritornare sull’argomento non appena avrò comprato Goradze.
La prima cosa che ho pensato leggendo Palestina è di essere di fronte ad un reportage, si potrebbe dire, ma a fumetti.
La precisazione è tutt’altro che ovvia posto che quest’ultimo non va confuso con un reportage giornalistico. Non solo perché diverso è lo strumentario delle due figure di reporter (a fumetti e giornalistico) ma soprattutto perché diversa è la ratio ispiratrice: Sacco non va in Palestina per raccontare fatti precisi o seguire e approfondire la notizia del giorno. La sua ambizione non è quella di fare il corrispondente di guerra: sa bene che il medium fumetto parte in posizione di svantaggio rispetto al giornalismo televisivo, radiofonico o quello della carta stampata, che reagiscono in tempo quasi reale al susseguirsi delle notizie. Lo sa perché Sacco “nasce” fumettista ma studia da giornalista, riportando tale formazione nel fumetto in modo del tutto accidentale, come dice lui. Infatti, dopo aver seguito gruppi rock, mettendo quelle esperienze per iscritto, ed aver raccontato la storia di sua madre durante la Seconda Guerra in un fumetto giovanile di rara bizzarria, War Junkie, (lavori che, si badi, non sono mai stati considerati, in senso stretto, giornalistici) matura in lui la consapevolezza che i fumetti possono raccontare le vicende e gli eventi che capitano giorno per giorno in modo autentico, visivamente autentico.
Sacco, quindi, va in Palestina per raccontare la vita quotidiana delle persone sotto assedio. Ed è in quest’ottica che vanno interpretate tutte le sue scelte stilistiche, quella dovizia di particolari che, in alcuni casi, confonde e porta a pensare di stare dinanzi ad uno gioco enigmistico in cui devi scovare un oggetto in un disegno pieno zeppo di cose e persone. Perché l’opera di Sacco non risparmia nulla, né particolari macabri né facezie inutili.
Joe Sacco è in Palestina, una Palestina che ascolta e guarda, a volte con scetticismo, altre con stanchezza. E tu con lui, issato sulla sua spalla. A volte ti annoi con Sacco, altre volte partecipi molto più di lui trovando interessanti cose che lui, invece, trova noiose e viceversa. Così, ad esempio, Sacco è attentissimo (io lo sono stato po’ meno) nel notare che il tè palestinese è spesso dolcificato a dismisura mentre è l’atteggiamento di entrambi ad essere partecipativo quando “veniamo a conoscenza” dell’ “usanza” dei palestinesi di riunirsi spesso senza un preciso scopo, solo per scambiarsi racconti di sventure e sofferenze, allo stesso modo in cui i pescatori confrontano l’entità della pesca o i cacciatori valutano le rispettive prede.
Puoi osservare tutto questo attraverso gli occhi di Joe (ecco perché Sacco disegna se stesso o, meglio, quella parte di sé che è davvero essenziale alla storia o per la sua trasmissione). Particolare di non poco conto. Sacco dice: “Questa è la prospettiva di una persona”. Di una persona occidentale, nutrita da pregiudizi occidentali. E, poi, ti dice: “Questo io ho visto, questo racconto. Poi, tu sei libero di annoiarti ma io non aggiungerò niente di più niente di meno di ciò che ho visto”. Nessun espediente, per dirla alla Vito. L’arte di Sacco ha il potere di impedirci di vagare in cerca di una frase a effetto o di un racconto, banale e prevedibile.
Quando Vito afferma che “Sacco è un fotografo”dice il vero. Sacco nelle sue ricerche sul campo usa molto più la macchina fotografica che non il blocco e la matita.
E dice il vero anche quando afferma “che la sceneggiatura è documentaristica”.
Proprio per questo Sacco sente la necessità di fare uso di due tipologie di disegni. Ci sono i disegni che raccontano la storia e ad essa si adattano mandandola avanti.
E poi ci sono i disegni che “fai perché hai bisogno di conservare l’interesse nel fatto stesso di disegnare. In parte questo c’entra con il fatto che se lavori per tre anni ad un unico libro, devi tenere desto il tuo interesse per primo. E disegnare una cosa molto piatta che va bene per mandare avanti la storia, può essere ben poco avvincente per te”.
Questi ultimi, si badi, non portano certamente Sacco a “deformare” la storia o ad aggiungere, come dice Vito per Gorazde, “scene orribili per rendere più efficace la storia che racconta, perché probabilmente i parti della sua fantasia sarebbero meno atroci di quello che la realtà di quei posti e di quelle storie è stata” ma sono quelli in cui cambia l’angolazione sulle cose, usa la visuale dal basso, oppure guarda le cose dall’alto.
In Palestina, ci sono una marea di vignette sbilenche, storte, fintamente appiccicate ed altrettante didascalie alcune delle quali prevalgono sui disegni.
Non mancano, poi, parole spezzate in tantissime piccole didascalie in modo che l’occhio del lettore scorra sull’intera pagina ed ad una certa velocità.
Infine, ci sono tavole a pagina doppia ed uno tende a perdersi un po’ dentro. Non sono certo pagine che si girano velocemente.
Sacco, insomma, adotta scelte coraggiose e non comuni, alcune delle quali, a mio parere, finiscono con l'appesantire un po' la lettura perché fumetti disegnati in maniera così accurata, non sono fatti per essere veloci. Non c’è un percorso narrativo evidente, non viene sviluppata una trama vera e propria con un inizio e una fine, e, anch’io “avrei capito di più sull'argomento leggendo un libro, anche se dal punto di vista grafico Sacco è un grande (ma io sono notoriamente una capra) ” come ha scritto Egidio per Gorazde.
Certamente un fumetto, al pari di un libro, non è mai in grado di restituire un quadro esaustivo o completo di fenomeni così complessi. Certamente nella lettura di un testo il sostrato culturale del lettore influisce non poco. Io incontro molte difficoltà nella lettura di fumetti che non hanno una linea grafica, per così, dire “elementare”, perché sono principalmente un lettore di prosa o, meglio, leggo di certe tematiche in libri di prosa. E non per snobismo. Ma perché, se nel mondo del fumetto ci sono molte opere interessanti, ci sono purtroppo anche cose che in prosa posso leggere e nei fumetti ancora non trovo.
Non è un caso il fatto che, quando è uscito nelle librerie specializzate degli Stati Uniti in comic book, come serie, Palestina ha venduto pochissimo. Quando, invece, è uscito sotto forma di libro nelle librerie tradizionali ha cominciato a vendere molto. E questo perché gran parte dei suoi lettori non erano lettori di fumetti.
Anche a non volere tacere dei limiti che sicuramente Gorazde o Palestina presentano, non si può non notare la potenza di questo strumento che Sacco definisce sovversivo.
Gli amanti della prosa o anche di cultura libresca e legata a modelli accademici molto ristrettivi possono avvicinarsi al fumetto.
Gli amanti dei fumetti, che non disdegnano la prosa, possono finalmente trovare nel mondo dei fumetti materiale che in passato potevi trovare solo nei documentari.
Gli amanti di certi fumetti possono essere attratti dalla sua apparente gradevolezza, sfruttando l’idea, purtroppo consolidata, che il fumetto sia una narrazione dai contenuti semplificati.
Sia se conoscevano la questione Palestinese come la può conoscere chi, come me, si è fermato alla parlata accattivante di Lilli Gruber o dei vari corrispondenti di guerra, all’untuosa celebrazione dei trionfi, della democrazia e dei successi di Israele, alle rappresentazioni dei palestinesi come lanciatori di pietre e scellerati fondamentalisti il cui scopo primario è di rendere la vita difficile agli israeliani pacifisti e perseguitati, sia se la conoscevano attraverso trattati scritti da persone esperte del Medio Oriente resta l’immediatezza dell’immagine di un soldato che impedisce l’attraversamento di un posto di blocco nel West Bank solo in virtù del fatto che può esibire un mitragliatore M-16 digrignando minacciosamente i denti. Con una potenza espressiva che non ha pari…

Egidio Marone ha detto...

Minchia Vito... hai visto che sei capace? Non mi aspettavo, e non mi aspetto, niente di meno da te.
Se completassi l'articolo con il commento che hai postato qui sopra, il tutto sarebbe perfetto.
Bravo.
Ciao e alla prossima.

Viler ha detto...

Ah..Giulio, allora saluto gli amici con cui condividi il "progetto" ;) Un blog associato..non male come idea.
Alla prossima...