Quando mi sono accostato al mondo del fumetto, l’idea che ne avevo era assai comune.
Il fumetto era (e non poteva non essere) strumento di svago, di assoluto divertimento, difficilmente classificabile come letteratura, quand’anche si volesse usare, per accompagnare il sostantivo, l’attributo “minore”.
In quanto tale, esso era (nell’idea che ne avevo, continuo a dirlo) destinato ai bambini e solo raramente riusciva ad annoverare titoli godibili anche da un pubblico maturo.
Questa sorta di eccezione era stata concepita dalla mia coscienza nel tentativo di trovare giustificazioni al fatto che compravo Rat-man (che, lo ammetto, continuo ad acquistare).
Historieta, dunque, come chiamano il fumetto gli Argentini, riflettendo nella coscienza collettiva – credo – quell’idea di strumento di comunicazione minore destinato solo ad intrattenere ed a distrarre.
Poi l’Enola Gay ha sganciato la bomba.
Ma qui mi tocca fare un passo indietro. Non ho ancora detto della mia passione per la storia: chi voglia farsene un’idea si consideri invitato nel mio studio, una stanza le cui pareti sono interamente (e non è un’esagerazione) rivestite di scaffali sui quali ormai posteggio i libri in doppia fila.
Passione nella passione, poi, la seconda guerra mondiale, in parte perché è da quella che deriva tanta parte della situazione geopolitica attuale e, dunque, è in quella che cerco di trovare le spiegazioni di molti dei grandi fatti del secolo scorso e di quello appena iniziato; in parte perché degli zii di mia madre l’hanno vissuta in prima persona e, quando da piccolo ero loro ospite, me ne hanno raccontate [forse è proprio per questa duplicità di ragioni che, quando parlo di storia, non penso soltanto a quella scritta con la “S” maiuscola, la storia di generali, di eserciti, di Stati, ma anche agli infinitesimi frammenti che la compongono, alla storia “minuscola” di singoli individui, di “genti meccaniche e di piccolo affare”].
Ma torniamo a dov’ero: all’Enola Gay, alla bomba.
Circa due anni or sono, leggevo un libro di storia, “Hiroshima”, di John Hersey, uscito per i tipi della PIEMME. Si tratta di una raccolta delle testimonianze di sei persone che si trovavano ad Hiroshima il 6 agosto del 1945 e sono sopravvisssute. Storia piccola, dunque, in grado tuttavia di ben illuminare quanto crudele ed inarrestabile era stato allora l’ingranaggio della storia “maiuscola”.
Un caro amico, consapevole di questa mia passione ed a conoscenza di quella lettura, tornò dal Comicstore con una notizia: parlando con Giulio aveva scoperto che in negozio c’era ancora una rara copia di un fumetto che parlava di Hiroshima.
Confesso la mia perplessità: “Storia a fumetti” era, per me, ossimoro destinato a non trovare mai composizione. L’unica storia per immagini a cui riconoscevo dignità era quella dei documentari televisivi. Ma qui le immagini erano reali, non certo disegni di autori che nel chiuso dei loro studioli, inconsapevoli della realtà, gettavano china sul bianco dei fogli per raccontare, come cantastorie, favole per bambini.
Tuttavia, quando, qualche giorno dopo, entrai da Giulio, decisi di leggere la quarta di copertina del fumetto in quattro volumi di Keiji Nakazawa, dal prezzo stampato ancora in lire (25.000 l’uno, per l’esattezza). Riporto integralmente: “Gen di Hiroshima è il tragico resoconto del lancio della prima bomba atomica…”. Sin qui continuavo a vedere l’operazione “letteraria” quasi come un’irriverenza verso la serietà e la drammaticità dell’evento narrato. Ma la quarta continuava: …“Un toccante racconto autobiografico…”. Fu quell’aggettivo, “autobiografico” a sconvolgermi: la bomba, in quel momento, era stata sganciata sulle mie convinzioni e le aveva lasciate in macerie. Un’autobiografia, una testimonianza diretta come quella dei sei sopravvissuti del libro di Hersey che però l’autore aveva deciso di non inserire tra le pagine di un libro di una blasonata casa editrice, bensì in un fumetto.
Il fatto cominciava ad assumere contorni nuovi.
Comprai i quattro volumi e cominciai a leggerli, inconsciamente – credo – per cercare di smentire il racconto attraverso il confronto con il libro, quello “serio” e confermare quello in cui avevo sempre creduto. Ma più mi addentravo nella lettura più mi accorgevo che quanto raccontato da Nakazawa era identico a quello che avevano visto i sei di Hersey; con la particolarità, tuttavia, che quella che leggevo adesso era una testimonianza fatta per immagini, vere fotografie in strisce di china. Fotografie, per giunta, nelle quali il tratto riusciva ad esprimere anche i sentimenti del fotografo (potere che spesso ad un vero fotografo è negato).
Se avessi letto Gen prima del libro della Piemme probabilmente - proprio perché si trattava di un fumetto e proprio perché io ero quello che ero - l’avrei trovato esagerato ed avrei confermato le mie idee sulla historieta: ad esempio, quando Nakazawa, in alcune strisce, disegna uomini con la pelle che, liquefatta, scivola via dagli arti. Ma di pelle liquefatta parlavano anche i sei di Hersey. Così ho capito.
Nakazawa non disegnava affatto: ritraeva.
E la sua historieta era historia.
Oggi, a distanza di due anni, divoro fumetti storici che considero per quello che in realtà sono: reportages, documenti che hanno eguale dignità di libroni dalle copertine rivestite, fitti di parole e senza nessuna immagine.
Sono un pentito.
Non parlerò, per il momento, delle successive letture (non voglio bruciare subito il materiale per futuri articoli), ma voglio sottolineare una curiosità.
La quarta di copertina di Gen di Hiroshima continuava con dei commenti. Ne riporto uno: “Gen è uno di quei pochi fumetti che oggi sono in grado di compiere una magia: far nascere quei piccoli segni sulla carta dalla vita vera. Questa intensa e straziante storia brucerà nella vostra memoria come un cratere radioattivo e non potrete più scordarvela”.
Sono parole di quello che per me, allora, era soltanto un nome scritto in stampatello: Art Spiegelman.
Vito Carella